Questa è la domanda che mi fanno più spesso, di solito con una mezza aria di sfida: “ma io ho già Instagram e Facebook, mi serve davvero un sito?”.
Rispondo subito, così non ti faccio scorrere per niente: a volte no. Ci sono attività per cui i social bastano, almeno per ora, e te lo dice uno che i siti li vende. Ma ci sono situazioni precise in cui non avere un sito ti sta costando clienti, e quelle situazioni si riconoscono da fuori.
Quello che non troverai qui è il discorso “i social sono morti”. Non è vero, e chi lo dice di solito ha un sito da venderti.
Cosa fa benissimo Instagram (e va tenuto)
Partiamo da quello che i social fanno meglio di qualsiasi sito.
Ti fanno scoprire da gente che non ti stava cercando. È la cosa più difficile del mondo e i social la fanno gratis. Nessun sito ti mette davanti agli occhi di qualcuno che non sapeva di volerti.
Mostrano il lavoro mentre succede. Il cantiere a metà, il piatto che esce dalla cucina, la macchina che cambia colore. È contenuto che si produce col telefono in tasca, e su un sito sarebbe innaturale.
Ti fanno parlare con le persone. Commenti, messaggi diretti, storie con le domande. È un rapporto che un sito non riesce a costruire.
Se stai andando bene su Instagram, quindi, la risposta non è mollarlo. Nessuno ti sta chiedendo di scegliere: sono due attrezzi con due mestieri diversi.
Se hai deciso che il sito ti serve, qui c’è come lo faccio e quanto costa.
Siti web per aziendeDove Instagram non basta
Ci sono però quattro cose che i social non fanno, e pesano tutte nel momento in cui il cliente deve tirare fuori i soldi.
Il profilo non è tuo.È in affitto. Le regole cambiano quando decidono loro, la portata dei post scende senza preavviso, e un account può essere bloccato o rubato. Succede, e chi ci passa perde da un giorno all’altro anni di contenuti e di contatti, senza un posto dove raccogliere i cocci. Un sito non ti fa questo scherzo, perché l’indirizzo è intestato a te.
Su Google non ti trova nessuno.Le persone continuano a cercare “elettricista Dolo” o “fisioterapista Mira” con quelle parole lì. I profili social escono qualche volta, ma non è quello il loro mestiere e non li puoi indirizzare. Se qualcuno sta cercando esattamente quello che fai, nel posto dove lo fai, e tu non ci sei, sta chiamando qualcun altro. Non serve immaginare quanti siano: basta che siano alcuni.
Non c’è un posto dove spiegare le cose serie. Prezzi indicativi, cosa comprende un servizio, come funziona la garanzia, dove sei e quando sei aperto. Su un profilo tutto questo o sta in un post sepolto tre mesi fa, o non sta da nessuna parte, e il cliente te lo richiede in privato. Ogni volta.
Chi decide non sempre ti segue.Se lavori con altre aziende, la persona che firma spesso non è quella che guarda i social: può essere un titolare di sessant’anni, un responsabile acquisti, un ufficio tecnico. Quella persona ti valuta aprendo un link dal computer, magari mentre confronta tre fornitori in tre schede del browser. Se il tuo è un profilo e gli altri due hanno un sito, parti indietro prima ancora di aver parlato.
Il momento del link
C’è un momento preciso in cui si capisce se ti serve un sito, e non ha niente a che fare con il marketing.
È quando un cliente serio, uno che ha budget e sta decidendo, ti dice: “mi mandi qualcosa?”.
Cosa mandi?
Se mandi il profilo Instagram, quello si apre l’app, vede una griglia di foto e deve ricostruirsi da solo cosa fai, se sei attrezzato per il suo caso e se può fidarsi. Se poi deve girarlo a un socio o a un responsabile, quel socio riceve un link a un social e si fa un’idea di te in tre secondi, e non è l’idea che volevi.
Se mandi un link al tuo sito, invece, quella persona apre una pagina che gli racconta il lavoro nell’ordine giusto, con le referenze, i casi, i contatti. Si legge in un minuto e resta lì anche domani.
È esattamente il motivo per cui lavoro come lavoro: quando propongo un sito a qualcuno, gliene mando uno già costruito da guardare, invece di descriverglielo. Il link fa un lavoro che le parole non fanno. Se vuoi vedere che effetto fa, qui ci sono i lavori che ho fatto per attività come la tua.
Quando NON ti serve un sito
Adesso la parte che di solito non si legge sui siti delle agenzie.
Se hai appena aperto e non sai ancora bene cosa vendi. Il sito fotografa un’attività: se l’attività sta ancora cambiando forma ogni due mesi, aspetta. Prima trova il tuo giro, poi mettilo per iscritto.
Se lavori a pieno regime e non prendi altri clienti. Ne conosco parecchi. Se hai lavoro fino a primavera e non vuoi crescere, un sito non ti risolve un problema che non hai. Semmai te ne crea uno: gente da dire di no.
Se vendi solo a due o tre aziende che ti conoscono già. Certi fornitori campano bene su pochissimi clienti storici. Lì contano i rapporti, non la vetrina.
Se non hai niente da metterci dentro. Un sito con tre righe scritte male e due foto sfocate fa più danno che bene. Meglio niente che quello. In quel caso il primo lavoro sono le foto, non il sito.
Se lavori solo su gare e appalti. Se i tuoi clienti sono enti pubblici e il lavoro arriva per bando, quello che conta sono requisiti, certificazioni e documenti presentati nei tempi. Un sito lì serve a esistere e poco altro: prima vengono altre cose.
Se ti riconosci in una di queste, tieniti i social e stai sereno. Vale anche il contrario, però: se ti sei riconosciuto nel capitolo del link, il momento è adesso.
Come farli lavorare insieme
Se decidi di fare tutti e due, funzionano bene con una divisione dei compiti semplice.
I social attirano, il sito convince. Su Instagram ci va il lavoro di oggi, la faccia, il dietro le quinte. Sul sito ci va quello che serve a decidere: cosa fai esattamente, per chi, come si lavora con te, quanto costa più o meno, come si fa a scriverti.
Il link in biografia porta al sito, non nel vuoto. È il pezzo più semplice e quasi nessuno lo fa bene. Chi arriva sul profilo e vuole approfondire deve trovare una strada, non un vicolo cieco.
Il sito raccoglie quello che sui social si perde. Le domande frequenti, i prezzi indicativi, la spiegazione lunga: scritte una volta sola sul sito, poi si mandano quando servono invece di riscriverle.
Il sito è il posto che resta.Se domani cambia l’algoritmo, se un profilo viene bloccato, se una piattaforma perde colpi come è già successo ad altre, tu hai ancora un indirizzo tuo con dentro il tuo lavoro.
Se non sai da che parte stare
Il test più onesto che conosco è questo: pensa all’ultimo cliente importante che hai preso e a cosa gli hai mandato quando ti ha chiesto informazioni. Se ti è bastato quello che avevi, sei a posto. Se hai scritto tre messaggi lunghi per spiegare cose che avresti voluto avere già scritte da qualche parte, quel qualche parte è un sito.
Se sei nel secondo caso, scrivimi e raccontami cosa fai: ti dico cosa ha senso metterci dentro e cosa no, e quanto verrebbe. Se vuoi prima farti un’idea dei costi, li ho scritti tutti in quanto costa un sito web, compresi i miei.
E se dopo aver parlato mi accorgo che il sito non ti serve, te lo dico. Mi è già capitato.

Giacomo Baldan
Creo siti web, e-commerce e strumenti AI a Mira, in provincia di Venezia, dal 2021. Scrivo qui le cose che spiego ai clienti a voce, così le trovi anche prima di scrivermi.
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